Vulcani e terremoti

La struttura interna della terra

All’inizio tutta la massa dell’universo  era concentrata in un’unica sfera con valori enormi di densità e temperatura. Circa 18 miliardi di anni fa questo atomo primoriale subì una gigantesca esplosione: il Big Bang. Dopo l’esplosione del Big Bang un’enorme nube di gas e polveri cosmiche, grazie alla forza di attrazione reciproca delle particelle,  cominciò a collassare, cioè, a contrarsi e ad addensarsi verso il centro. La nebulosa, così formata, iniziò a ruotare su se stessa sempre più velocemente e ad assumere la forma di un disco.

Così nacque il sistema solare con il sole e i pianeti e, tra questi, la terra. Per indagare sull’interno della terra non si può procedere per vie dirette, ma si deve fare riferimento ad informazioni indirette.  Gli scavi più profondi, fin ora  effettuati, non superano i 15 Km, ben poco rispetto ai 6378 Km del raggio terrestre. Una prima informazione ci è data dal calcolo della densità media della Terra pari a
 5,5 g/cm3.
La densità delle rocce più superficiali è di 2,7 g/cm3  perciò si deve concludere che la densità va aumentando, man mano che si procede verso il nucleo, costituito da materiali molto più pesanti, con densità uguale almeno a 7 g/cm3. L’aumento della densità verso l’interno si raccorda con le teorie sull’origine del pianeta, secondo il quale i materiali più pesanti sarebbero affondati verso il centro. 

Seconda deduzione per cui l’interno della terra è formato da ferro e nichel nasce dal confronto con le meteoriti, frammenti di pianeti esplosi provenienti dallo spazio, che in prossimità della terra vengono attratti dalla forza di gravità e precipitano sul pianeta. Alcune meteoriti hanno natura rocciosa, altre sono costituite da leghe  metalliche  del  tipo  ferro-nichel. 

Anche le misure del flusso termico  proveniente dalla profondità della terra forniscono utili indicazioni sulla struttura interna del pianeta. Nella parte più superficiale la temperatura aumenta di circa 3° C ogni 100 metri (gradiente geotermico). La variazione di temperatura non è proporzionale alla profondità, se così fosse al centro della terra dovrebbero esserci 200.000° C, mentre le temperature stimate sono di circa 4300° C. Pare che il calore terrestre interno sia un residuo dell’incandescenza del pianeta nei primi stadi della sua formazione.  

Il maggiore contributo viene dallo studio delle onde sismiche, la cui velocità di propagazione dipende dalle caratteristiche fisiche delle rocce attraversate e risulta direttamente proporzionale alla densità. Quando si registra una violenta scossa di terremoto, in alcune zone della terra, vengono avvertite sia le onde primarie (P), sia le onde secondarie (S). In altre zone, dette zone d’ombra, non vengono avvertite né le onde P,  né le onde S, e in altre ancora arrivano solo le onde P. In corrispondenza di zone di discontinuità le onde sismiche vengono deviate. Le onde S arrivate a circa 2900 Km di profondità non si propagano più, mentre le onde P vengono deviate. Poiché si sa che le onde S non attraversano i liquidi, a questa  profondità  il materiale terrestre deve essere,  necessariamente, allo stato liquido.  

I dati così emersi hanno permesso di elaborare un modello secondo il quale il nostro pianeta è formato da tre gusci concentrici: crosta, mantello e nucleo. Questi gusci risultano separati da brusche superfici di discontinuità, in corrispondenza delle quali la velocità delle onde sismiche varia repentinamente. La crosta rappresenta lo strato più superficiale e più sottile della Terra (1% del raggio terrestre). Essa è costituita da rocce in cui prevalgono minerali come silicati di alluminio e perciò viene chiamata SIAL . La crosta si differenzia in crosta oceanica  e  crosta continentale per la diversa densità (maggiore per quelle oceaniche) e composizione litologica. La crosta presenta spessori minimi sotto gli oceani 4 – 5 Km e spessori massimi sotto le catene montuose 80 Km. Sotto la crosta si trova la discontinuità di MOHOROVICIC. La crosta insieme al mantello litosferico costituisce la LITOSFERA. Il mantello si spinge fino alla discontinuità di GUTEMBERG , a 2900 Km di profondità dalla superficie e pertanto occupa l’80% del volume terrestre. Essenzialmente è formato da silicati di magnesio e viene chiamato SIMA . Il mantello si può suddividere in tre parti: una parte più rigida chiamata mantello litosferico, una parte più plastica detta mantello astenosferico o astenosfera e un mantello inferiore rigido. Si pensa che il nucleo sia formato in prevalenza da ferro e nichel ed è perciò detto NIFE. Il nucleo è suddiviso in una parte esterna liquida e in una parte interna solida, separate tra loro dalla discontinuità di LEHMANN a circa  5000 Km  di profondità.


La dinamica della crosta terrestre

 

La teoria della deriva dei continenti

Nel 1912 Alfred Wegener propose la teoria della deriva dei continenti, secondo la quale la crosta, prodotta dal lento raffreddamento, non era immobile ma aveva subito fratture e spostamenti nel corso delle ere geologiche. Wegener disse che inizialmente esisteva un unico continente detto Pangea, nel quale erano riuniti tutti i blocchi che oggi vediamo separati, mentre le acque erano riunite in un unico oceano il Panthalassa. Questi blocchi, galleggiando come zattere di SIAL sul sottostante SIMA, si sarebbero spostati per effetto di due forze.

La prima, determinata dalla fuga dai poli,  spinse l’Eurasia verso l’equatore e provocò la formazione dell’imponente sistema alpino–himalaiano. La seconda  provocò la deriva verso ovest delle Americhe e la formazione delle Montagne rocciose e della Cordigliera delle Ande. Le argomentazioni a sostegno della teoria non convinsero gli studiosi del tempo, Wegener non riuscì ad individuare le vere cause poiché chiamò in gioco il moto rotatorio terrestre, il campo gravitazionale e la spinta idrostatica. Le formazioni rocciose del Sudamerica e dell’Africa presentavano sorprendenti analogie. In numerose regioni che si affacciano sull’Oceano Atlantico furono trovati fossili simili in terreni precedenti a 200 milioni di anni fa. I depositi glaciali che si trovavano in Sudamerica, Sudafrica, India e Australia attestavano il verificarsi contemporaneo di un’unica glaciazione. Circa 200 milioni di anni fa esisteva il Pangea, il continente unico circondato dal Panthalassa, l’oceano Pacifico primordiale. La Tetide, il Mediterraneo primordiale, era una grande baia che separava l’Africa dall’Eurasia. Dopo 20 milioni di anni di deriva, alla fine del Triassico, il Pangea si separa in due grossi blocchi: Laurasia, a nord, e Gondwana, a sud. Quest’ultimo comincia a frammentarsi e l’India rimane libera  in seguito ad una frattura a forma di Y. La Fossa della Tetide si evolve ulteriormente. Dopo 65 milioni di anni, alla fine del Giurassico, si delineano gli Oceani Atlantico Settentrionale e Indiano, mentre ha inizio l’Atlantico Meridionale da una frattura tra l’Africa e l’America Meridionale.  Una rotazione della massa continentale Eurasiatica comincia a chiudere la Tetide. Dopo 135 milioni di anni, alla fine del Gretaceo, l’Atlantico Meridionale è completamente aperto. Una nuova frattura stacca il Madagascar dall’Africa, mentre un’altra, a Nord, delinea il margine orientale della Groenlandia. L’Australia è ancora unita all’Antartide. Negli ultimi 65 milioni di anni si delinea il mondo dello stato attuale. Nel Cenozoico e nel Quaternario l’India completa il suo spostamento verso nord andando a collidere con l’Asia e dando vita all’Himalaya. L’Antartide e l’Australia  si separano, mentre la frattura Nordatlantica penetra nell’area dell’Oceano Artico.

La tettonica a placche


Soltanto negli anni ’50 la teoria di Wegener poté avere un riscontro reale, poiché in seguito a studi compiuti sui fondali oceanici si scoprì qual è il “motore” della deriva dei continenti.
Si deve al geologo americano, Hess, l’ipotesi secondo la quale le dorsali medio-oceaniche sono strutture da cui si verifica l’espansione dei fondali oceanici (1960). I magmi che risalgono dall’astenosfera devono farsi spazio spostando lateralmente le due metà di un Oceano. La  teoria della Deriva dei continenti presupponeva il movimento dei soli continenti, ma la teoria della Tettonica a Placche o Tettonica a Zolle afferma che le Zolle o Placche litosferiche nello scorrimento coinvolgono non solo i continenti, ma anche i fondali oceanici. La parte più profonda del mantello è a contatto con il nucleo (4000° C), mentre la parte più esterna è fredda perché a contatto con la crosta. Si creano così i moti convettivi che portano il magma più caldo verso l’alto. L’identificazione delle placche è stata resa possibile dalla constatazione che i fenomeni vulcanici e sismici si concentrano soprattutto lungo particolari fasce attive, i margini delle placche, dove esse interagiscono reciprocamente

A seconda di come avviene il movimento tra due placche adiacenti, possiamo distinguere tre diversi tipi di margini.

Margini Trasformi

 In essi le placche scivolano l’una accanto all’altra (lateralmente) senza che si verifichi né creazione, né distruzione di fondi oceanici, per questo vengono detti conservativi. La linea di contatto tra due margini trasformi prende il nome di faglia. La più nota è la faglia di Sant’Andreas in California: qui la zolla americana e la zolla pacifica  sono a contatto e si muovono orizzontalmente in senso opposto. Il movimento lungo la faglia di Sant’Andreas non è regolare, ma avviene a scatti e ogni scatto provoca un terremoto.  Si tratta, quindi, di una zona ad elevato rischio sismico. Nel 1906, in occasione del disastroso terremoto che colpì la città di San Francisco, in alcune zone, lo spostamento era stato di circa sette metri.  

 

Margini Divergenti

 In essi le placche si allontanano e si dicono costruttivi perché il magma che proviene dall’astenosfera, una volta raffreddatosi, dà origine a nuovi fondi oceanici

Margini Convergenti

 In essi le placche collidono reciprocamente  e si dicono distruttivi perché lungo di essi avviene il processo di subduzione, il quale provoca la continua distruzione dei fondi oceanici. La distruzione si verifica  lungo i margini convergenti dove avviene il fenomeno della subduzione.  La superficie lungo la quale una placca scorre sotto un’altra prende il nome di piano di Benioff. Questo si spinge per centinaia di chilometri nel mantello terrestre fino a che la placca subdotta non fonde completamente per effetto delle elevate temperature. 

 Quando due placche oceaniche entrano in collisione, una delle due si piega e comincia a scorrere sotto l’altra con le seguenti conseguenze:

 

1-Formazione di una fossa destinata ad alimentare l’attività effusiva  e di un arco vulcanico sottomarino (sistema arco-fossaLa cintura di Fuoco Circumpacifica è un esempio di sistema arco-fossa, costituito da  numerose catene di isole vulcaniche  associate a profonde fosse con un’intensa attività sismica e vulcanica

2-Archi vulcanici insulari: pian piano l’attività  eruttiva  dà vita ad edifici vulcanici che emergono dal mare come isole vulcaniche come le isole Aleutine, l'arcipelago del Giappone, le isole  Filippine, le isole Figi, Polinesia, e le isole Hawai

3-Numerosi ed intensi Terremoti  (Vulcanismo esplosivo).
Quando una placca oceanica e una placca continentale entrano in collisione, la prima si piega e comincia a scorrere sotto la seconda con le seguenti conseguenze:

1-Formazione di una fossa destinata ad alimentare l’attività effusiva a ridosso del continente (sistema arco-fossa)

2 Allineamento di numerosi vulcani sul margine esterno del continente (catena vulcanica)

3-Sollevamento del bordo del continente per gli intensi sforzi compressivi e formazione di una catena montuosa

4-Numerosi ed intensi Terremoti

L'esempio più classico sono le catene montuose lungo il margine occidentale delle due Americhe dove sono presenti manifestazioni vulcaniche attive ed estinte, e frequenti fenomeni sismici.

Quando due placche continentali entrano in collisione, la subduzione interessa solamente la parte più profonda della litosfera, poiché la crosta continentale è troppo leggera e non affonda nelle rocce più dense del mantello La conseguenza è una sola: l’orogenesi di una catena montuosa al contatto tra i due continenti.  

 

L’esempio più classico è il sollevamento della catena Himalayana verificatosi dallo scontro tra il continente asiatico e la placca Indiana. In modo analogo si sono formati i Monti Appalachi e i Monti Urali. Nel Mediterraneo lo scontro tra placche continentali ha dato vita
alle Alpi, agli Appennini, ai Pirenei, alle Catene Nordafricane
.


L'attività vulcanica

Ogni volta che il magma trova una fenditura nella crosta della terra ha la possibilità di risalire dal bacino magmatico, posto ad alcuni chilometri di profondità, così effonde all’esterno, dando vita al cono di un vulcano, con uno o più crateri. Il magma, quando arriva in superficie, ha perso gran parte dei gas che conteneva in origine o ha subito delle trasformazioni chimiche durante l’attraversamento del camino vulcanico. Il nome che si dà al magma prossimo alla superficie è LAVA.

In base al contenuto di silice le lave si distinguono in due categorie fondamentali: lave acide, cioè ricche di silice, e lave basiche ossia povere di silice. La composizione delle lave si ripercuote sugli aspetti fisici delle lave e degli edifici vulcanici a cui danno origine.
Le lave acide hanno temperature più basse (800-1000° C), sono ricche di gas, ma essendo notevolmente viscose, li perdono con difficoltà Esse danno vita a vulcani acidi che emettono pochissima lava, mentre predomina l’attività esplosiva con prevalente emissione di materiale piroclastico e gas vulcanici.

Le lave basiche hanno temperature più alte (1000-1200° C), sono povere di gas, ma  molto più fluide e quindi scorrono più agevolmente  Esse danno vita a vulcani basici che tendono a manifestarsi attraverso un’attività effusiva e non esplosiva, per la maggior parte emettono lava.

 

 


Colata lavica


Lava a cuscino

Le colate laviche, in base al loro aspetto si suddividono in diverse categorie LAVE A CORDA , LAVE SCABROSE, LAVE A BLOCCHI, LAVE A CUSCINI E LAVE COLONNARI. Le lave a corda  sono molto fluide, presentano superfici ondulate, ma non scabrose. La lava inizialmente solidifica in superficie mentre al di sotto continua a scorrere levigando la parte esterna. Le lave scabrose sono mediamente viscose, solidificano sotto forma di scaglie minute (lava AA)  Le lave a blocchi sono poco fluide e producono blocchi  a causa del lento avanzamento (lava liscia pahoehoe) Le lave a cuscini derivano da effusioni sottomarine ed hanno l’aspetto di grossi blocchi arrotondati a forma di cuscino (pillows) Le lave colonnari sono formate da notevoli volumi di lava il cui lento raffreddamento provoca una riduzione di volume, accompagnata da numerose fessurazioni parallele dovute a contrazioni.

 
Lava a corda

Tipi di eruzione

 

 

 

I caratteri chimico-fisici dei magmi condizionano non solo la forma dell’edificio vulcanico, ma anche il tipo di eruzione, che aumenta il proprio grado di esplosività man mano che si passa dalle lave basiche a quelle acide. Le più tranquille sono le eruzioni di tipo HAWAIANO, con fuoriuscite di lave basaltiche e liberazione di pochi gas. Nelle eruzioni di tipo STROMBOLIANO la lava tende a ristagnare nel cratere, così da provocare frequenti esplosioni di modesta entità. Se la lava è leggermente più viscosa, si ha il tipo VULCANIANO, con sporadiche esplosioni e prevalente emissione di prodotti piroclastici. Molto più violente sono le eruzioni di tipo PLINIANO perché si verificano dopo un lungo periodo di quiete, quando i gas, a lungo compressi, riescono a far saltare l’ostruzione del condotto vulcanico.

 

 

 

 

 

 

 

Le più terribili sono le eruzioni di tipo PELEEANO, con lave fredde e molto viscose, emettono gas caldissimi mescolati a frammenti solidi dando luogo a nubi ardenti.Con il nome di eruzione non si intende soltanto la fuoriuscita di prodotti liquidi come le lave, ma anche la fuoriuscita di prodotti solidi (piroclastiti) e di prodotti gassosi (vapore acqueo, anidride carbonica,  CO, H2, H2S, HCl, SO2),  nonché di  vari composti come lo zolfo, il cloro e l’azoto. Al momento dell’esplosione  le rocce che compongono la parte più alta del monte vulcanico vengono frantumate e proiettate con violenza all’esterno sottoforma di piroclastiti di diverse dimensioni, dai grandi blocchi, ai lapilli, a sabbie e ceneri. I prodotti  più grandi cadono vicino al vulcano  e formano le brecce vulcaniche, mentre quelli più leggeri si allontanano e formano i tufi vulcanici. Le ceneri, infine, raggiungono l’atmosfera e possono fare anche il giro del pianeta più volte, per poi cadere a notevole distanza dando vita alle cineriti.Nel caso in cui il magma contenga molte sostanze gassose, queste vi restano disciolte fino a quando rimangono, nel serbatoio magmatico, sottoposte a notevole pressione. Quando il magma inizia a risalire nel camino, la pressione diminuisce e i gas si liberano provocando l’esplosione. Se il magma contiene molti gas i piroclasti vengono lanciati verso l’alto; se i gas sono in minore quantità si forma una nube ardente, composta di gas incandescente. La nube si abbatte come una valanga lungo i fianchi del vulcano, bruciando tutto ciò che incontra sul suo cammino.


Plauteaux


Vulcano a guglia

Le forme dei vulcani
Esse si distinguono in: lineari e centrali in base alle diverse modalità eruttive.
-Le eruzioni lineari sono rilevabili lungo ampie e allungate spaccature della crosta terrestre e danno vita ai plauteaux: vaste coperture di lave basaltiche (Altopiano del Deccan in India, Dorsali Oceaniche).
-Le eruzioni centrali originano i vulcani a scudo, gli strato vulcani e i vulcani a guglia o spina.
I vulcani a scudo sono prodotti da lave molto fluide che si espandono molto, allontanandosi dalla bocca anche su pendii poco inclinati (Isole Hawai); se l’eruzione produce solo prodotti piroclastici attorno al cratere si forma un cono di cenere.

Lo strato-vulcano
è il caso più frequente di vulcano a chimismointermedio che emette sia lave, sia prodotti piroclastici che si depongono alternativamente (Vesuvio, Etna, Stromboli); se la lava è acida e più viscosa, solidifica rapidamente e non riesce a fuoriuscire neppure dal cratere  dando vita alla cupola di ristagno (Vulcano).
Il vulcano a guglia o spina
ha forma di cupola  sollevata (fino a centinaia di metri) dalle notevoli pressioni di gas bloccati nel camino vulcanico. Se tali gas riescono a farsi un varco laterale provocano la terribile e distruttiva nube ardente (la Pelèe in Martnica). 


Etna (strato-vulcano)

Nella nostra penisola si concentra il maggior numero di vulcani di tutta l’Europa. E’ possibile trovare vulcani attivi, vulcani quiescenti, vulcani spenti, ( che hanno cessato la loro attività da migliaia di anni) e vulcani sottomarini.


Vulcano


Vesuvio

Sono vulcani attivi l’Etna, lo Stromboli e Vulcano.
Sono considerati quiescenti l’Epomeo (Ischia), il Vesuvio e i Campi Flegrei.
 Sono vulcani spenti il Monte Amiata (Toscana), il monte Vulture (Basilicata), l’isola di Ustica, di Linosa e di Pantelleria (Sicilia), mentre i laghi di Bolsena, di Vico, di Bracciano, di Albano e di Nemi occupano i crateri di vulcani spenti nella regione del Lazio.
Tra i vulcani sottomarini ricordiamo l’Isola Ferdinandea di fronte Sciacca (Agrigento) il cui cratere si trova a 8-12 m al di sotto del livello del mare e conferisce ai quei fondali una straordinaria bellezza. 


Eruzione dell'Etna vista dal satellite


Stromboli


  
  Lago di Nemi

Il vulcanismo secondario

Quando un vulcano ha cessato la sua attività eruttiva, o nei lunghi intervalli tra un’eruzione e l’altra, esso manifesta la sua presenza in forma attenuata, attraverso vari modi.
 I fenomeni del vulcanismo secondario si originano per la presenza, in prossimità della superficie terrestre, di magma che raffreddandosi, dà luogo  alla liberazione di gas o al riscaldamento delle acque presenti nel sottosuolo.
Tra queste manifestazioni ricordiamo:
• le fumarole
• le solfatare
• i soffioni boraciferi
• i geyser
• le acque termali
Le fumarole sono emissioni  di vapori contenenti anidride carbonica e composti dello zolfo ad alta temperatura. Sono famose quelle dei Campi Flegrei, in Campania.
Le solfatare sono sorgenti di vapore acqueo e composti dello zolfo (idrogeno solforato) ad alta temperatura . Sono famose quelle di Pozzuoli (NA) poste nel cratere di un vecchio vulcano ancora debolmente attivo.
I soffioni boraciferi sono emissioni di vapore acqueo misto a varie sostanze tra cui acido borico ed ammoniaca. In Italia sono presenti a Lardarello (Toscana) e vengono sfruttati per la produzione di acido borico ed energia elettrica  Affinché il calore endogeno possa essere sfruttato economicamente, bisogna che si concentri a non più di 3-4 Km dalla superficie, e che sia contenuto in strutture geologiche favorevoli, alla temperatura di alcune centinaia di gradi.
I Geyser sono getti d’acqua bollente che fuoriescono dal terreno ad intervalli regolari  di tempo.  L’acqua dei geyser contiene spesso in soluzione carbonato di calcio e silicati, che formano depositi intorno alla bocca. sono famosi i geyser islandesi e quelli del Parco di Yellowstone (USA).
Le acque delle sorgenti termali, oltre ad essere calde risultano particolarmente ricche di sali minerali: ciò le rende efficaci in una svariata gamma di applicazioni terapeutiche. Solo in Italia esistono circa 170 località termali che favoriscono, a loro volta, l’industria del turismo.



Distribuzione delle aree sismiche



Effetti disastrosi di un terremoto