UN CHIARIMENTO NECESSARIO
1. Nota introduttiva
Parlare di beni culturali oggi è estremamente facile perché non solo il termine, ma anche la relativa problematica è entrata nel linguaggio comune e, quindi, non ci vogliono capolavori di ingegno per farsi intendere.
Più difficile è, invece, avviare un discorso di natura tecnica su alcuni beni culturali o su alcuni loro aspetti, perché in tale caso il linguaggio deve fare uso di termini che non sempre sono familiari e, quindi, facilmente o immediatamente comprensibili.
Né, d'altronde, è possibile utilizzarne altri senza incorrere necessariamente nelle ire degli specialisti, perché, in effetti, si ingenererebbe confusione.
Il tentativo che qui viene fatto è facilitato certamente dalla constatazione che già insegnanti e alunni hanno preso contatto con la realtà degli archivi e delle biblioteche e, quindi, ne hanno almeno una conoscenza anche se necessariamente sommaria ed esteriore.
Con i docenti si è già avuto modo di parlare in occasione dei due incontri preliminari, quando si cercò di "iniziarli" a questa realtà che sotto molti aspetti è certamente affascinante.
E questo non lo dico soltanto perché sono contemporaneamente un utente ed un operatore del settore, ma perché la realtà di biblioteche e archivi è oggettivamente tale: entrambi introducono in un mondo che, se esplorato, allarga a dismisura i confini della conoscenza umana.
Le parole che seguono sono, ovviamente, rivolte a tutti, particolarmente ai ragazzi e ai giovani che hanno elaborato le schede e che, forse, per la prima volta sono entrati in contatto con biblioteche e archivi: ad essi è rivolto il mio invito non solo a leggere "questo" volumetto cui hanno partecipato in prima persona, ma possibilmente altri, proprio per allargare la loro conoscenza e formarsi una solida cultura, che è l'unico mezzo per essere realmente e sicuramente liberi, in un mondo che proclama la libertà soltanto a parole perché poi cerca in tutti i modi di condizionarci non solo nelle nostre azioni e nelle nostre scelte, ma financo nei nostri pensieri.
2. Che cosa è una biblioteca
Il termine deriva dalla lingua greca e significa letteralmente "contenitore di libri": questa è la sua funzione principale, di carattere statico.
Ma la sua funzione o, meglio, la sua finalità più importante è quella, di carattere dinamico, di fare continuamente da tramite tra la "cultura" e l'uomo.
Se fosse solo un contenitore sarebbe una istituzione inutile: fortunatamente non lo è, i dati contenuti nelle schede seguenti sono in fondo, una valida conferma.
I libri possono essere acquistati per la biblioteca con i fondi del proprio bilancio oppure possono essere ricevuti in omaggio da Enti o da privati: in entrambi i casi essi devono essere annotati su un apposito registro che prende il nome, appunto, di Registro cronologico di entrata o semplicemente di Registro d'ingresso.
Su di esso vengono segnati gli elementi connotativi del volume (autore, titolo, etc.) ed il relativo valore economico: in tal caso si dice comunemente che il volume è stato ingressato.
Il numero progressivo che gli viene attribuito sul registro viene riportato generalmente sul frontespizio interno del libro assieme ad un codice alfanumerico che ne indica l'esatta collocazione sugli scaffali: essa viene pure riportata sul del volume, in basso, mediante l'apposizione di un talloncino adesivo su cui tale collocazione viene stampigliata.
La biblioteca può essere generale o specializzata: nel primo caso essa conserva libri di qualunque argomento e di qualsivoglia materia (narrativa, astrofisica, psicologia, geografia, storia, gli Atzechi, gli Egizi, etc.); nel secondo caso colleziona volumi di un solo argomento, ad esempio: storia della Sicilia.
Appartengono al primo tipo, sempre a mo di esempio, la Biblioteca Regionale di Messina o anche le Biblioteche di Istituto; esempi del secondo sono le Biblioteche di Facoltà.
Quanto alla forma, i libri si distinguono in: manoscritti (cartacei o pergamenacei), incunabuli, cinquecentine o secentine, libri rari, libri comuni a stampa.
Mentre è immediata la comprensione del manoscritto e di quello a stampa, è il caso di spendere qualche parola per gli altri: il termine incunabulo viene dato generalmente ai primi prodotti tipografici, in ogni caso a quelli anteriori al 1500.
Le cinquecentine e le seicentine sono invece libri stampati rispettivamente nel XVI e nel XVII secolo e alcuni di essi sono molto rari o di notevole valore (si pensi ai libri editi dalla tipografia di Aldo Manuzio a Venezia).
3. Come avviene la consultazione
Dobbiamo distinguere innanzi tutto fra biblioteche piccole e biblioteche medio-grandi o semplicemente grandi: nelle prime la consultazione é quasi immediata perché spesso il bibliotecario ricorda a memoria i volumi posseduti ed anche la procedura si riduce spesso solo alla sottoscrizione su di un modulo o su un registro.
In quelle grandi la procedura é più complessa: spesso già all'ingresso si deve esibire e a volte anche consegnare un documento di identità, al quale corrisponde un tesserino numerato che viene dato all'utente.
Lo studioso poi deve cercarsi nello schedario per autore (accesso primario) o quello per soggetto (accesso secondario) l'opera che gli interessa consultare, deve trascriverne su uno o più moduli i relativi dati identificativi, la collocazione ed anche i propri dati personali.
Il modulo viene quindi consegnato a uno degli addetti al servizioe nell'arco di una decina di minuti l'opera viene data in consultazione. Molte biblioteche effettuano pure il prestito esterno, ovviamente con le precauzioni del caso. Invece non si effettua prestito nè dei manoscritti, né degli incunabuli, né delle cinque e seicentine, né dei libri rari.
4. Che cosa è un documento
In termini semplicissimi e materiali il documento è un foglio di carta (o di pergamena) scritto normalmente a mano (per i documenti antichi) o a carattere a stampa (per quelli moderni). Un classico esempio del primo tipo è un atto notarile; del secondo tipo, invece, il nostro atto di nascita o quello di matrimonio dei nostri genitori.
In termini meno semplici e più propriamente tecnici, il documento è la testimonianza scritta di un patto di natura giuridica o amministrativa, o di un evento compilato osservando certe forme che servono a dargli fede o forza di prova.
Questa definizione ricavata dalla Diplomatica differisce significativamente da quella offerta, invece, dall'Archivistica, secondo cui il termine documento può essere riferito indifferentemente a tutta la documentazione (atti ufficiali, corrispondenza, documenti a stampa, allegati, etc.) che compone un archivio.
Quanto alla loro natura, i documenti possono essere pubblici o privati: fra i primi ricordiamo i privilegi, i trattati, i diplomi, le concessioni; tra i secondi, le lettere personali, gli appunti. Un caso a parte sono i documenti di natura ecclesiastica: fra di essi ricordiamo le bolli papali o vescovili, le licterne patenter (lettere aperte) o clausa (chiusa), i motu proprio, le supplicationes, etc.
5. Che cosa è un archivio
Tale termine, riconducibile a quello latino di archivium indica indifferentemente tanto il contenitore che il contenuto, cioè il complesso di documenti e l'edificio che li contiene.
Ma, a rigor di logica, l'archivio è il complesso di documenti prodotti o ricevuti da un Ente (pubblico, privato, ecclesiastico) durante lo svolgimento della sua attività.
L'archivio suole dividersi in:
6. Come avviene lo scarto dei documenti
Contrariamente a quanto accadeva nel passato, quando la documentazione cartacea era minima, il nostro secolo (in special modo l'ultimo cinquantennio) ha prodotto una quantità enorme di documenti in carta, di libri, riviste, giornali, fumetti.
Ognuno di noi può verificare a casa propria cosa ha comportato e comporta tale accumulo che ha riempito tutti gli spazi disponibili: perciò, periodicamente siamo costretti ad eliminare tutto il materiale inutile per consentire l'ingresso di quello nuovo.
nel caso degli Enti pubblici, una tale operazione prende il nome di scarto. La legge (D.P.R. 30 settembre 1963 n. 1409, art. 25 ha previsto l'istituzione delle Commissioni di sorveglianza e o scarto presso tutti gli Uffici dello Stato, ad esclusione dei Ministeri degli Affari Esteri e della Difesa.
Tali commissioni esercitano la sorveglianza sugli archivi statali, propongono le serie archivistiche da scartare e preparano i versamenti della documentazione storica presso gli archivi di Stato competenti per territorio.
Ovviamentelo scarto non avviene secondo gli umori dei membri delle Commissioni di sorveglianza, ma è anch'esso regolamentato attraverso l'uso dei cosiddetti Massimari di scarto, veri
e propri strumenti di coordinazione razionale dello scarto, che differiscono da una Amministrazione ad un'altra e che sono formulati secondo il tipo di attività amministrativa svolta.
Spesso interviene anche un criterio soggettivo di valutazione da parte dei membri delle Commissioni, che tiene conto degli indirizzi e delle tendenze della storiografia attuale.
7. Come si consulta un archivio
La documentazione che forma l'archivio storico è consultabile da qualunque persona ne abbia interesse e per qualsivoglia motivo.
Ma un archivio, essendo formato generalmente da una quantità notevole di unità (si pensi ad archivi di Stato come Napoli, Palermo, Roma, Milano, Firenze, Venzia, Genova, agli archivi vaticani) non è di per sé assolutamente consultabile se non è ordinato, cioè se non si conosce il criterio con cui le sue carte sono fisicamente collocate e sistemate.
Sotto certi aspetti un archivio è come una biblioteca: le unità archivistiche (volumi, registri, buste fascicoli) sono contrassegnate da numeri progressivi che ricominciano sempre da 1 ogni qualvolta cambia il "fondo", senza tenere conto o fare riferimento alla materiale collocazione in cui si trovano ubicati; i libri di una biblioteca, invece, recano sul dorso, oltre al numero progressivo (detto anche numero di corda, dall'uso antico di legare un cartoncino recante il numero al libro per mezzo di una cordicella), anche delle lettere, separate da punti o trattini, che ne definiscono fisicamente la collocazione sugli scaffali e negli ambienti.
I numeri segnati sul dorso delle unità archivistiche sono collegati generalmente ad uno "strumento" che prende il nome di "elenco" se il fondo archivistico non è ordinato e di "inventario" quando il fondo risulta ordinato.
Pertanto, affinché un archivio o un fondo archivistico possa essere consultato e studiato per qualunque ricerca storica, è fondamentale che esso sia munito di un inventario che, in forma analitica o sommaria, descriva tutte le unità che lo compongono.
Quanto alla materiale consultazione, essa si può effettuare o nelle sale di studio annesse agli Archivi di Stato mediante semplice domanda al direttore, oppure, per gli archivi storici degli Enti pubblici non statali (Comuni, Province, Regioni, INPS, INAIL, Camere di Commercio, ASL, etc.) mediante domanda al Sovrintendente Archivistico competente per territorio.
8. Che cosa è un fondo archivistico
Questo termine, di origine francese, è comunemente usato al posto di "archivio", del quale è sinonimo, per indicare ogni complesso documentario che abbia carattere di unitarietà.
Così, ad esempio, il materiale documentario versato in un Archivio di Stato dall'ufficio del Registro prende il nome di "Fondo Ufficio Registro", e così per gli altri uffici: Fondo Prefettura, Fondo Intendenza, Fondo Tribunale Penale, Fondo Stato Civile, Fondo Leva, etc.
Quando invece un fondo archivistico è articolato al suo interno, allora le varie ramificazioni prendono il nome di "serie". Così, un archivio comunale si compone, ad esempio, delle serie: Leva, Stato Civile, Lavori Pubblici, Polizia urbana e Annona, Protocolli, Giornalimastri, etc.
9. Le unità archivistiche
La consistenza di un archivio non può essere calcolata a fogli perché è una unità di misura troppo modesta e archivisticamente non rilevante.
L'unità più piccola è il fascicolo: esso è formato dai documenti riguardanti un determinata pratica, sistemati cronologicamente dentro una carpettina, detta anche "camicia". Più fascicoli possono essere collocati dentro una "busta", la quale non è altro che un contenitore di carattere sufficientemente robusto, munito sui tre lati liberi di legacci.
La busta, pertanto, è solo una unità di condizionamento, che può variare, quanto al suo contenuto, in relazione alla misura del dorso. In parole povere: più una busta ha il dorso grande (ma normalmente non si superano i 25 cm) e più sono i fascicoli che può contenere.
Quelle più comunemente usate hanno il dorso di cm 12 e perciò in ogni metro lineare di scaffalature sono contenute n. 8 buste.
Spesso, in aggiunta all'indicazione della consistenza di un archivio in fascicoli, buste ed altro, si dà anche la misura in metri lineari di scaffalatura occupata.
Altra unità archivistica è il registro: esso è costituito da una certa quantità di fogli rilegati assieme, sui quali si trascrivono o, appunto, si registrano dei documenti sia per esteso che in forma abbreviata.
Una serie importante di registri sono, ad esempio, i Protocolli della corrispondenza, oppure quelli contabili. Poiché il registro nasce come unità archivistica di una certa rilevanza (tanto è vero che spesso possiede rilegatura in tela o in pelle), normalmente esso non viene mai scartato.
Infine il volume: come termine esso è più generico del registro, del quale, tutto sommato, è un sinonimo.
Anzi, da tempo è ormai invalso l'uso di chiamare volumi tutti gli insiemi di fogli rilegati, con riferimento soprattutto all'aspetto esteriore dei documenti, proprio per distinguerli da quelli sciolti. Se il volume, però, contiene trascrizioni o registrazioni sistematiche di documenti, allora esso prende sicuramente il nome di registro.
10. Differenza tra biblioteca e archivio
Anche se nell'antichità non esisteva quasi nessuna differenziazione tra i due istituti, tuttavia ormai da parecchi secoli le due entità sono nettamente distinte.
Ed è naturale che sia così perché ognuno dei due istituti ha acquisito nel tempo una diversa specializzazione, anche perché molto diverso è il contenuto.
Il libro nasce per essere letto e necessariamente divulgato tra più persone; fin dal momento in cui vede la luce esso viene prodotto in più esemplari che erano, ovviamente, pochi quando non si conosceva ancora la stampa a caratteri mobili o quando erano ricopiati da pazienti monaci amanuensi nel chiuso dei Conventi medievali, ma che sono diventati centinaia e poi migliaia quando la stampa si è definitivamente affermata.
La sostanza del libro, cioè il suo contenuto, non cambia se esso è stampato su carta patinata (nelle edizioni di lusso) o comune (nelle edizioni economiche), né si distingue una copia dall'altra, né la prima dall'ultima.
Il documento, invece, è per sua natura, esemplare unico, (originale): tutte le altre sono copie (conformi o meno dell'originale).
Perciò, mentre se si perde o si distrugge un libro (ovviamente non raro) se ne può sempre riacquistare un altro identico al primo nel contenuto, se si distrugge un documento originale non c'è più alcuna possibilità di riaverlo, avendo solo il primo fede e forza di prova e del quale possono essere redatte copie. Ma non è possibile, comunque, fare la copia della copia, perché essa non avrebbe alcun valore.
E siccome la ricerca storica avviene solo ed esclusivamente sui documenti, quando si è perduto o distrutto un archivio si è perduta o distrutta per sempre la memoria dei fatti in esso racchiusa.
Quando un'Amministrazione Comunale lascia distruggere il proprio archivio, quella comunità ha perduto per sempre la propria memoria storica, che non potrà più essere ricercata, se non per qualche brandello, in alcuna altra parte del mondo: quella comunità diventa come un uomo senza passato, come un orfano senza i genitori.
11. Biblioteche e archivi sono beni culturali?
Se ad una persona qualsiasi si chiede di citare un bene culturale, quasi sicuramente la sua risposta farà riferimento ad una pittura o ad una scultura, probabilmente ad una chiesa o ad un edificio, sicuramente no ad un documento díarchivio.
E questo non è da addebitare ad ignoranza o a superficialità della persona, quanto ad un diverso grado di conoscenza della materia.
C'è da dire innanzitutto che le opere d'arte e i documenti nascono con due finalità profondamente diverse: le opere d'arte vengono create per essere "viste e godute" da una moltitudine di persone mentre i documenti vengono prodotti per fini amministrativi e giuridici: soltanto quando hanno perduto la loro originaria funzione essi assumono finalità storiche.
In secondo luogo, mentre le opere d'arte (pitture, sculture, opere architettoniche) possono essere godute e ammirate indistintamente da chiunque, anche da chi non ha alcun grado d'istruzione o addirittura non sa' né leggere né scrivere (ma di fronte é in grado di dire "é bello" oppure "é brutto", esprimendo così un giudizio di valore estetico), un documento in generale, salvo casi particolari, non fa godere la vista né si presta ad essere ammirato, anzi presenta per sua natura diversi gradi di difficoltà per la sua comprensione.
Chi si accosta ad un documento deve innanzi tutto saper leggere (e scrivere); in secondo luogo spesso deve conoscere il latino (almeno per i documenti fino al secolo XVIII circa); in terzo luogo deve possedere i mezzi tecnici per leggere e interpretare le antiche scritture che solo la conoscenza della Paleografia può dare.
Solo se é in grado di superare questi tre gradi di difficoltà, lo studioso può avviare una qualsiasi ricerca storica.
Negli archivi comunali, la serie delle delibere, a cominciare da quelle del Decurionato per finire a quelle attuali della Giunta e del Consiglio, ci forniscono le informazioni fondamentali su tutta la vita amministrativa del Comune; la serie dello Stato Civile (che in Sicilia ha inizio nel 1820) fornisce allo studioso le informazioni sulla storia demografica di quella comunità.
E prima del 1820 sono i registri parrocchiali di battesimo, matrimonio e morte a darci questo tipo di informazioni fino al secolo XVI (ovviamente se la chiesa é così antica e se possiede integri tali registri).
Lo stesso discorso vale per gli Istituti di Pubblica Assistenza e Beneficenza, le cosiddette Congregazioni di Carità, che amministravano nel passato e fino al 1937 (anno in cui cessarono per dare vita all'Ente Comunale di Assistenza o E.C.A) cospicui patrimoni attraverso numerose opere pie quali i Monti Frumentari e i Monti di Maritaggio.
Come si può notare é vastissima la gamma delle informazioni che i documenti di un archivio possono fornire: attraverso di essi si ha la Storia di un popolo che poi non é altro che la somma di tante piccole storie relative ad altrettante piccole comunità umane.
La salvaguardia degli archivi corrisponde alla salvaguardia della nostra memoria storica collettiva, che é patrimonio di tutti. Se si conosce il proprio passato si può costruire meglio il proprio futuro.
Perciò, la risposta alla domanda iniziale non può che essere soltanto: le biblioteche e gli archivi sono beni culturali e cioé patrimonio dell'uomo.