VILLAFRANCA


BAUSO

Veniva chiamata Bavuso fino all’800, Bavosa nei regi Tabularii e Babusa in altri documenti.

È il primo centro autonomo della costa tirrenico-peloritana, a 19 km da Messina:

vecchio territorio di frontiera come conferma la denominazione della sua prima frazione orientale "Divieto" e antica sede di fondaco, per essersi trovata vicino alla principale strada di transito, lungo la quale si svilupperà poi la recente espansione.

Per visitare il nucleo d’origine bisogna imboccare la strada verso l’interno per Calvaruso.

Vito Amico ci ricorda che fu onorato del titolo di contado da re Filippo Il nel 1590 e che il primo riferimento a Bavuso appare sotto gli Aragonesi, come soggetto agli eredi di Giovanni di Manna.

Si sa che da lui fu poi comprato assieme a Monforte e Calvaruso da Nicola Castagna, presidente di Sicilia ai primi del XV secolo; che passò poi alla Curia, quindi ai Pulichini, ai Moncada, ai Crisafi, agli Spadafora nel 1630 ed infine ai Cottone.

Sempre l’Amico ci dice che ai suoi tempi vi era una sola chiesa parrocchiale dedicata a S. Nicola, che su un alto poggio c’era un Convento dei Minori costruito nel 1586 e che il palazzo del conte, sovrastante tutto il paese, aveva la forma di Castello, per cui veniva chiamato Castel Nuovo con gli onori del Principato.

Ci informa poi che il territorio era coltivato a frutteti e a gelso, e che l’aria era malsana.

Da altri documenti sappiamo che il paese offriva importante ricovero lungo l’impervia strada Palermo-Messina, col suo fondaco ben attivo nel sec. XVI.

L’attuale piazza Dante, ex piazza Fondaco, veniva chiamata infatti "piano di Fondaco" e molta gente, proveniente da lontano, vi sostava per ristorarsi essendoci una fontana ed un abbeveratoio.

Questa funzione di punto di sosta, oltre che di mercato, la troviamo ancora in tempi più recenti, e seppure in misura minore attualmente, per essere Villafranca sul tragitto dei pellegrinaggi per il santuario del:a l’Ecce Homo a Calvaruso.

Ancora nell’ottocento il paese veniva menzionato col vecchio nome di Bavuso; diventò comune autonomo nel 1825 e nel 1929 venne associato a Calvaruso e Saponara per formare un unico comune col nome di Villafranca Tirrena.

Saponara si distaccherà poi nel 1952. L’attuale frazione di Divieto nel 200 era solo una torre d’ispezione che marcava il limite territoriale di Messina a cui apparteneva, e, solo successivamente, intorno ad essa si formò un nucleo abitativo che passò poi al comune di Villafranca.

Sul piazzale antistante il castello, di cui si è parzialmente conservata una parte dell’antico acciotolato a disegni geometrici, c’é la chiesa madre di S. Nicolò, che possiede una croce dipinta del XVI secolo e una statua marmorea della Madonna col Bambino, di scuola calameccana.

 

CALVARUSO - antica denominazione: "CARVARUSU"

Percorrendo circa tre km dallo Stradale, che da Bauso costeggia la sponda sinistra del torrente Calvaruso, si giunge nell’omonima valle coronata da amene colline.

Qui, disposto sui due lati della forra dello stesso nome, sorge il piccolo abitato di Calvaruso, presso il Monte che Cluvenio chiamò Miconio: - una terra che nella sua ruvidità si offre come uno dei più pacifici soggiorni campestri, all’ombra dei secolari cipressi e ricreata dalle acque pure e cristalline di cui è largamente dotata -.

Si trova tra il territorio di Messina da un lato e quelli di Saponara e Bauso rispettivamente a sud-ovest e a nord.

Vito Amico la descrive come una piccola terra soggetta ai Montecatini di Messina volgarmente chiamata distretto Aquilonare, e che sorgeva sul fianco di una bassa collina. Ci dice pure che salendo lungo il fiume c'era una miniera di carbon fossile ed una di ferro e che l’aria era malsana.

Da lui apprendiamo ancora che la fondazione di Calvaruso, come risulta dai libri Regi, si deve, intorno al duecento, ai coloni di Rametta (Rometta), a cui il territorio apparteneva. Re Federico la concesse quindi a Pennone Gioemi, il cui nipote la vendette nel 1397 a Giovanni Taranto; e dal figlio di questi passò a Nicolò Castagna, presidente del regno e signore di Monforte, Saponara, Rocca, Bauso, Rapano, Maurojanni, Valdina e S. Pietro.

Attraverso incroci di parentele e matrimoni, Calvaruso fu in mano ai Ventimiglia, poi ai Moncada; in particolare tra i Moncada troviamo un Giacomo II, maggiordomo di Amalia, regina di Sicilia, e insignito dell’Ordine di S. Gennaro e, successivamente, un Guglielmo cameriere del Re e sempre insignito dell’Ordine di cui sopra.

Sappiamo che a metà del '600 l’attuale Villafranca contava, tra Bauso e Calvaruso, ben quattro seggi in Parlamento.

Calvaruso rimane a lungo il più popoloso centro abitato della zona circostante, anche se tra il Seicento e il Settecento conosce una lunga crisi demografica, causata da vari motivi.

Non ha speciali ricordi storici, se si eccettua una sua partecipazione alla Rivoluzione di Messina (167 1-1680) e la sua sottomissione al nuovo viceré di Sicilia, marchese di Villafranca, inviato a sedarne la ribellione.

Per la sua vicinanza alla città di Messina la storia antica e contemporanea di Calvaruso si trova collegata a quella del capoluogo.

Ai tempi odierni il paese svolge all’interno del comune di Villafranca un ruolo religioso, culturale, storico, artistico, e, in una minima parte, agricolo.

Anche Calvaruso ha un suo palazzo baronale che sorge presso la riva destra del torrente; di probabile origine seicentesca, fu la residenza stabile dei Moncada, principi di Calvaruso e viene ricordato come "elegante e decentissimo".

Oggi ne rimangono i muri perimetrali e le cornici in pietra delle porte e delle finestre. Aveva l’ingresso principale su uno slargo e un giardino sopraelevato sul prospetto opposto.

Per la sua collocazione nel cuore dell’abitato, e il suo valore storico andrebbe opportunamente valorizzato.

L’origine della Chiesa Madre di Santa Margherita è da far risalire al 1607, come si rileva dalla data sul portale del fianco sinistro, ad opera dei Moncada che la fecero costruire all’entrata del piccolo centro abitato, sulla sponda sinistra del torrente, in località pianeggiante e di facile accesso ai fedeli.

La chiesa si presenta composta all’interno da tre navate divise da robuste colonne monolitiche, ha subito rifacimenti per i danni provocati dai terremoti del 1894 e del 1908, in cui andarono persi il bel rosone della facciata e i dipinti di Scipio Manni del 1761. Conserva ancora una preziosa tavola di S. Lucia dipinta nel 1582 da M. Antonio Venesio, detto il Veneziano, come risulta dall’iscrizione originale, e nel tetto un dipinto con la Gloria di Maria di Scipio Manni del 1761.

All’interno troviamo ancora una bellissima statua in legno del 1871, rappresentante Santa Margherita, del messinese Michele Cangeri ed infine un elegante pulpito in legno dorato in puro stile barocco.

SANTUARIO DELL"’ECCE HOMO"

Edificato nei primi anni del seicento da Cesare Moncada, e sede del Convento dei Minori Riformati, "sorge in un amenissimo poggetto", come scrive V. Amico, "alla cui custodia è connessa una religiosissima immagine di Cristo Signore coronato di spine, alla cui venerazione accorre molta gente sì dai paesi vicini che da lontano".

L’interno del Convento è caratterizzato da un chiostro seicentesco a pianta quadrangolare, con cisterna al centro e un colonnato di dodici pilastri.

Sulle lunette di due pareti dei portici si conserva ancora una serie di affreschi settecenteschi.

Nel Santuario è principalmente degna di nota la meravigliosa immagine dell’Ecce Homo, di cui già parlava l’Amico, scolpita in legno di cipresso nel 1634 dal frate artista Pintorno, fra’ Umile di Petralia.

In questa mirabile scultura lignea del Cristo flagellato, l’autore impresse l’alto livello dalla sua maturità artistica e religiosa, tanto da suscitare nei fedeli una vera e propria devozione alla passione del Redentore.

Altra opera notevole è il ciborio ligneo, ornato di fregi madreperlacei e situato sull’altare maggiore, simile a quello che si conserva nella chiesa di S. Maria di Gesù a Collesano e risalente all’anno 1763.

All’altar maggiore vi è poi una grande tela del sec. XVII raffigurante l’Immacolata coi SS. Francesco, Margherita, Anna e Chiara, incorniciata in un dossale ligneo datato 1619, probabile anno di consacrazione del complesso francescano.

Dal chiostro si accede al Museo della Devozione che conserva, oltre agli ex voto, tele ottocentesche, arredi sacri, una "Strage degli Innocenti" (gruppo di più di 50 statuette modellate nell’800 da G. Gemolo), ed una biblioteca con opere a stampa dei secoli XVII-XIX.

TRADIZIONI:

1) Accensione della lampada votiva

La V domenica di quaresima, nel contesto della via Crucis interparrocchiale, ha luogo l’accensione della lampada votiva all’Ecce Homo.

Una comunità parrocchiale, invitata dai frati del Santuario, si reca in pellegrinaggio per accendere la lampada a nome di tutti i devoti ed offrire la cera che l’alimenterà per tutto l’anno. Questa manifestazione riunisce circa 2.000 fedeli.

2) Il pellegrinaggio del Lunedì di Pasqua

Tale giorno costituisce un appuntamento importante della religiosità popolare, attraendo in questo piccolo centro decine di migliaia di fedeli da tutto il messinese ed anche da più lontano.

In passato, dall’alba fino a poco dopo il meriggio, teorie di carrozze, calessi, barocci, ma soprattutto carretti istoriati e carri lunghi, i gloriosi "carrumatti", trainati questi -da una coppia di buoi, procedevano verso il santuario.

Si cantavano canzoni melodiose e profonde di significato. Molta gente, proveniente da molto lontano, sostava a Villafranca (allora Bauso) nella piazza Dante, definita a quel tempo "piano del fondaco", dove c’era la fontana e l’abbeveratoio.

Numerosi raggruppamenti incedevano a piedi: erano coloro che avevano raggiunto Bauso col treno e, fino al 1931 col tram a vapore, corse straordinarie quel giorno, o prolungamenti di treni.

Era possibile osservare gente gioiosa e divertita, come i carrettieri, in completo velluto rosso rigato, provenienti da Monforte, da Gualtieri e da Condrò, i viticoltori del milazzese e di San Pier Niceto,; i carbonari forti e severi di Saponara e le donne romettesi dal ricco vestimento.

Ma fra tutti, i fiorai di Cumìa, gli artigiani in cappello e i "burgisi", i cocchieri di Giostra e gli osti di Bordonaro.

3) Benedizione dei cavalli

L’ottava dell’Ecce Homo (Otto giorni dopo la Pasquetta), il 25 aprile ed il l° maggio è tradizione che appassionati di cavalli portino con profonda devozione al santuario il proprio cavallo, ornato a festa, per la benedizione.

 Villafranca immagini

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